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Alla Toyota fanno macchine, gli hackers minacciano la nostra sicurezza sul web e i Social Media sono un luogo dove chiunque ha un’opinione eppure le tre cose messe insieme possono rappresentare la migliore notizia che una piccola o media impresa possano ricevere oggi.
Sono sicuro che tutti quelli che mi leggono conoscono in qualche modo il Social Media Management, il SEO, il SEM o più in generale il Web Marketing. Tanti stanno già usando questi strumenti, altri se li sono sentiti proporre molte volte.
Tutti siamo coscienti che il mondo digitale è una realtà che anche i boomers più incalliti tra noi non possono negare e che non avere una presenza in questo mondo parallelo significa essere quasi invisibili per una bella fetta di mercato.
Finché il metaverso non diverrà un canale stabile (arriverà presto, tenetevi forte!), i social media rimarranno ancora la frontiera del marketing sul web. Quindi se l’azienda vuole essere visibile ed entrare in contatto con una certa fetta di mercato deve essere presente sui social ed usarli per veicolare i propri messaggi e contenuti.
Il problema è che il mondo dei social è molto liquido: le piattaforme ed il pubblico che ci interagisce cambiano in maniera continua e non c’è un modo stabile e assoluto per costruire la propria presenza. Per questo è necessario investire in risorse dedicate e altamente competenti che conoscono ed applicano le tecniche più aggiornate del web marketing, garantendo una presenza digitale di successo dell’azienda, senza esporla al rischio di essere rappresentata in modo approssimativo.
Così come non faremmo mai disegnare l’insegna della nostra attività ad un amico che si arrangia a fare tutto piuttosto che ad un professionista, allo stesso modo il canale Instagram o la pagina Facebook dell’azienda necessitano di professionalità.
Se l’insegna sulla strada è il nostro biglietto da visita verso il pubblico fisico, la presenza sui social e sul web sono il nostro biglietto da visita per il pubblico virtuale.
A questo punto, proviamo a considerare gli hackers. Un hacker ottiene dei vantaggi cercando di accedere ad un sistema senza passare dalla porta principale, il più delle volte infrangendo qualche regola. L’obiettivo è perseguire un bene (a giudizio dell’hacker) più grande, come la giustizia o la pace per gli hackers etici, o la ricchezza per quelli non etici.
Certo, quella dell’hacker non è la lezione più edificante da tenere ad esempio, ma se quelle da infrangere sono soltanto le regole del marketing, allora credo che possiamo accettare l’idea.
Se l’obiettivo è far crescere l’azienda portando sempre nuovi clienti e fatturato e se per raggiungerlo dobbiamo usare i social o il web in modo molto diverso da quello che le classiche metodologie SMM, SEO E SEM ci insegnano, forse vale la pena tentare. Alla base c’è, come per gli hackers, la rinuncia alla prudenza e l’accettazione del fallimento. Per una grande azienda con un marchio internazionale questo è quasi impensabile. Il valore del marchio sul mondo digitale è talmente alto che il rischio di metterlo in cattiva luce con un’iniziativa sbagliata sarebbe enorme.
Ma è così anche per una piccola azienda, magari locale, che parte da una presenza sui social e sul web quasi inesistente? Quanto ha da perdere quel marchio sul mondo digitale?
Un bel giorno è arrivato il Social Media Manager di Taffo, un piccola impresa di pompe funebri abruzzese, e ha dimostrato al mondo del marketing che se si rischia partendo dal poco, c’è la possibilità di crescere in modo incredibile ed in pochissimo tempo. Usando l’umorismo e la provocazione per pubblicizzare un servizio tra i più seri e compassati a cui possiamo pensare ha fatto crescere la sua azienda da una sede locale in un paese di provincia ad un’azienda con 10 sedi in Italia in poco più di 5 anni.

Questo però non significa fare esperimenti a casaccio o procedere per sensazioni nelle iniziative di marketing che vengono fatte. Anche se si segue un principio anarchico per definizione come quello di ispirazione hacker, servono delle regole e un piano per ottenere il successo. Ed è qui che entra in gioco Toyota a chiudere il cerchio iniziale.
Negli anni ’70 del secolo scorso alla Toyota avevano capito che la classica catena di montaggio di origine Fordista non era il modello di produzione più efficiente possibile.
Hanno così iniziato ad analizzare il flusso del lavoro nei loro stabilimenti usando un principio base molto semplice: tutto il lavoro che si fa o il materiale che si usa in fabbrica e che non interviene direttamente nella costruzione del valore percepito dal cliente finale è considerato superfluo.
L’obiettivo quindi è quello di aumentare l’efficienza del processo produttivo riducendo o eliminando qualsiasi tipo di spreco. Questa è la base del famigerato metodo LEAN.
Ora proviamo a trasportare il principio LEAN al marketing di cui abbiamo discusso sopra. Potremmo dire che alla base del LEAN MARKETING c’è il concetto che la metodologia di comunicazione più efficiente è quella di cui c’è un reale bisogno da parte degli utenti ovvero che gli utenti recepiscono con maggiore successo. Tutto quello che non concorre a soddisfare velocemente questo reale bisogno di mercato è uno spreco.
Perché si arrivi a definire cosa è recepito con successo e cosa è superfluo il metodo LEAN promuove un flusso continuo di feedback tra la produzione e i suoi utenti finali, per garantire un apprendimento costante e verificare ogni singola ipotesi alla base dell’idea del business.
Se ci si accorgeva che una parte dell’auto era superflua o non gradita Toyota non doveva aspettare di produrne 20.000 pezzi prima di poter riprogettare la catena di montaggio, ma dopo un unico feedback da parte del cliente poteva riorganizzare la produzione ed eliminare il problema.
Nel web marketing questo vuol dire non implementare un sistema complesso di piani di marketing a ciclo continuo, ma creare continui esperimenti comunicativi, magari provocatori, molto diversi tra loro, senza un registro o uno stile comune come vorrebbero le regole canoniche del settore, che però possano subito dirci se la strada intrapresa è buona o va abbandonata. Ogni esperimento in stile hacker è un prodotto minimo che porta un valore, realizzato nel minor tempo possibile e che può essere testato per restituire subito dei dati. Ogni volta che il prodotto minimo ha un riscontro positivo può essere sviluppato ulteriormente, migliorato, potenziato ed infine inserito in una pianificazione costante se considerato stabilmente utile.
Questa unione dei principi organizzativi di Toyota, dello spirito hacker e del web e i social media hanno creato quello che viene definito “Growth Hacking” che letteralmente si traduce in “Violare la crescita” ovvero ottenere la crescita (degli affari) usando metodi di marketing poco convenzionali, scorciatoie e andando contro le regole comuni del marketing se non addirittura rovesciandole.
Questa metodologia, benché molto poco convenzionale e intuitiva, è sicuramente più agile ed adattabile per una piccola azienda rispetto all’applicazione di un corposo e monolitico piano di marketing. Un piano può essere molto efficace se tarato nel modo giusto, ma è di sicuro molto dispendioso e complicato da adattare e modificare. Come per la catena di montaggio dove prima di poter cambiare il processo andava prodotto un lotto di migliaia di pezzi, così un piano di marketing non può cambiare agilmente registro comunicativo e stile. Il growth hacking può sicuramente farci fallire in molte delle iniziative tentate, ma saranno esperimenti a basso costo e a bassa intensità, i cui effetti negativi saranno piccoli e reversibili, ma che d’altra parte ci daranno informazioni e dati scalabili su tutti gli esperimenti futuri.
“Fail fast, learn a lot, grow always.”




