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A volte il successo di un’impresa o di un’organizzazione dipende da una cosa semplice e apparentemente scontata: il controllo che ognuno dei suoi membri ha su di sé. Alcune aziende con cui ho lavorato non avevano grossi problemi organizzativi: semplicemente le persone non erano più in controllo di quello che facevano. Tutto questo derivava da un lento e progressivo processo, che goccia a goccia aveva eroso la titolarità di queste persone sul loro ruolo lavorativo: “Noi facciamo tutto in modo giusto, non è colpa nostra”, era la loro spiegazione.
Cosa succede quando ci diciamo che qualcosa – qualsiasi cosa essa possa essere – non è colpa nostra?
“Non è colpa mia se ho fatto tardi a lavoro: c’era traffico”
“Non è colpa mia se abbiamo perso quei clienti: c’è la crisi”
“Non è colpa mia se l’azienda va male: lo stato non ci aiuta”
Senza considerare i casi estremi, la maggior parte delle volte questo tipo di cose sono effettivamente colpa nostra. E se non ce ne rendiamo conto ci ritroveremo in queste situazioni di continuo.
Avremmo dovuto prevedere la possibilità che ci fosse traffico e muoverci con un margine meno stretto. Abbiamo perso i clienti perché non eravamo pronti a reagire ad un mercato in crisi. L’azienda va male perché non ne abbiamo monitorato le performance in tempo per prendere contromisure adeguate.
Quello che succede in questi casi è che abbiamo acquisito una mentalità passiva verso il lavoro (o peggio ancora, verso la nostra vita).
Quando questo atteggiamento passivo prende il controllo abbiamo pensieri come: “Non posso, non ci riesco” che sono di solito l’abbreviativo di “Potrei effettivamente farcela, ma non voglio affrontare il lavoro / l’impegno / il tempo necessario per riuscirci”
Un atteggiamento passivo è definito dalla convinzione che le cose a lavoro “ci succedono” e non ne siamo responsabili.
Quando acquisiamo questo atteggiamento siamo portati a pensare “Perché capita sempre a me?”. E come in un circolo vizioso, il reiterato uso di un linguaggio che descrive il lavoro come qualcosa che “capita” ci toglie via via sempre più senso di responsabilità nei suoi confronti. Questo ci rassicura, perché ci assolve dalle colpe e ci libera dal peso della responsabilità: vuol dire che siamo esonerati dal fare qualsiasi sforzo, perché tanto il problema non sta in cose che abbiamo il potere di cambiare. Ma nello stesso tempo questo ci toglie il controllo.
Il processo appena descritto è lento. E per questo è difficile da contrastare. Come una rana che finisce bollita perché la temperatura dell’acqua in cui era immersa è cresciuta gradualmente fino al punto di ucciderla, senza che lei avesse mai la sensazione che il calore aumentasse troppo, così il titolare di un’azienda che sta andando bene o un suo collaboratore possono lentamente e quotidianamente abituarsi a quello che fanno ed ai risultati che ottengono, anche se questi iniziano a scivolargli dalle mani. Se il declino è abbastanza lento ed impercettibile da non far avvertire lo sbalzo, si ritroveranno a credere di fare tutto giusto anche quando la performance è ormai degradata al punto di mettere in crisi l’azienda stessa.
Se quel calo di risultati avvenisse in un periodo molto più breve, l’imprenditore o il collaboratore sarebbero sicuramente allarmati e reagirebbero immediatamente prendendo il controllo della situazione ed applicando una soluzione.
Perché allora se i risultati calano lentamente capita di non reagire? Il motivo è nel prezzo da pagare e nella forza della consuetudine.
Se sapessimo che non cambiare un processo di lavoro porterebbe immediatamente ad una perdita di metà del fatturato, cambieremmo il processo, anche se dovesse costaci molto in termini di impegno, soldi o tempo.
Ma se quella perdita si realizzerà negli anni, progressivamente, e con un grado di certezza non altissimo, allora il prezzo immediato e sanguinoso da pagare non avrebbe la stessa evidenza di essere ripagato.
Da una parte abbiamo un’azione costosa, il cambiamento, che ripaga subito ed in modo evidente. Dall’altra la stessa azione costosa ripagherà tra molto tempo e non in maniera certa.
Gli umani sono creature ottimiste, specie in campo economico. Tendiamo ad usare una sorta di pensiero magico che ci rassicura che le cose si sistemano sempre nel lungo periodo.
Oltre a ciò siamo di natura conservativi e facciamo fatica a lasciare la nostra zona di confort per avventurarci in qualcosa di nuovo ed inesplorato. La resistenza al cambiamento è un’attitudine dovuta ad un meccanismo innato di conservazione. I nostri antenati cacciatori non andavano a rifugiarsi in una caverna sconosciuta dopo ogni caccia, ma tornavano in quella che avevano liberato dall’orso. Ma nel mondo del lavoro l’orso può entrare dal retro.
“Dovrei sviluppare un prodotto per un nuovo mercato perché tra qualche anno quello che vendo oggi troverà un mercato più saturo e maturo. Questo significa investire oggi tempo e soldi , ma le vendite vanno benissimo e sono in costante crescita. Lo farò più avanti.”
Ci ripeteremo questo fino a quando le vendite non cresceranno più ed il mercato sarà ormai degradato e ci sembrerà che non ci sia più nulla da fare ed ogni sforzo sia inutile.
La brutta notizia è che non c’è metodologia di gestione, strumento applicativo o revisione di processo che possa risolvere un problema che parte da un atteggiamento passivo verso il proprio lavoro.
La prima cosa da fare è riprendere il controllo e darsi da soli quella “sberla” che il degrado lento e graduale non ci ha mai fornito. Siamo noi gli unici ad avere il controllo su ciò che facciamo e quello che succede è senz’altro, al 100% causa nostra.
“Mi spiace, avrei dovuto prevedere il traffico. Lo considererò domani mattina!
“Cavolo, abbiamo perso quei clienti, dobbiamo proporre un prodotto più adatto ad un mercato in crisi!”
“Oh no, l’azienda sta andando male, dobbiamo subito pensare ad un piano di rientro e monitorare le nostre performance più spesso di quanto non lo facessimo fino ad ora”
La rana deve saltare fuori da quella maledetta pentola, e se la vogliamo aiutare, diamole un termometro! Anche se non sente il surriscaldamento, può però leggerlo sul display e rendersi conto del guaio in cui si trova.
Allo stesso modo un’azienda ed ogni sua risorsa, hanno bisogno di un cruscotto e di dati da monitorare per capire qual’è la temperatura e se qualcosa stia loro sfuggendo.
Alla luce di questi dati la prossima volta che ci verrà in mente qualcosa come “Non possiamo, non ce la facciamo” dovremo invece dire “Scegliamo di non farlo perché i dati ci mostrano che…”
Di fronte all’evidenza non c’è abitudine o confort zone che tengano.





